mercoledì 13 settembre 2017

POZZO SPIEGARE



Nel preparare dei testi per gli ultimi volumi della Collezione Storica di Repubblica sono andato a rileggere gli articoli da me pubblicati su questo blog all'epoca della trasferta sudamericana e mi sono stupito nel vedere quanto mi sia affannato a rispondere punto per punto, con argomenti che potrebbero sembrare persino ovvii, alle critiche di certi detrattori particolarmente ottusi. Per esempio: c'era chi contestava il fatto che nella base delle Amazzoni in Amazzonia si vedesse un "telecomando", scrivendo: "un telecomando su Zagor? Ma siamo matti?". Mi è stato gioco facile far notare come nella copertina di "Minaccia dallo spazio" (una classico nolittiano) compaiono del missili telecomandati, e che proprio in quella storia lo Spirito con la Scure uccide i soldati al servizio di Hellingen premendo dei tasti che danno scattare (a distanza) delle scariche elettriche dalle cinture.  Mi convinco sempre di più che spiegare e rispondere è sostanzialmente inutile, perché anche di fronte all'evidenza il detrattore pregiudiziale non è mai ragionevole. Uno si aspetta che se una certa obiezione  viene smontata con un ricco armamentario di argomenti, chi l'ha sollevata ne riconosca l'infondatezza. Macché.

Tutto ciò mi ha spinto a recuperare la mia lunga risposta a una delle consuete interviste via e-mail a cui Luca Raffaelli mi sottopone per commentare le storie a mia firma ristampate appunto da Repubblica. In questa risposta tratto appunto del fenomeno dei commenti on line alle storie del Re di Darkwood. Il testo si riferisce all'avventura "Oscure presenze" (Zagor 473, del dicembre 2004). Ecco quel che ho scritto a Raffaelli, e che Luca ha pubblicato fatta la dovuta sintesi.


Di "Oscure presenze" ricordo soprattutto i miei tentativi di convincere una parte dei lettori che commentavano le storie sui forum in Rete della sostanziale accettabilità di alcuni particolari, a mio avviso del tutto marginali, su cui, eppure, si sbizzarrivano le elucubrazioni di chi voleva a tutti i costi trovare il pelo nell'uovo. Questo fenomeno era, all'epoca, abbastanza nuovo.  Per anni e anni chi leggeva i fumetti chiedeva soltanto,  in fondo, di venire coinvolto in un racconto emozionante e di divertirsi. Non si stava a spaccare il capello in quattro.

Invece, con il diffondersi dei "commenti da social" in cui chiunque poteva dilungarsi in commenti estemporanei, sulla base dell'umore del momento, o del desiderio di esercitare un particolare spirito polemico per una malintesa forma di autoaffermazione o per acquisire attenzioni e notorietà altrove negate, le cose cambiavano. Da un lato, gli autori potevano avere un immediato feedback sull'apprezzamento dei loro lavoro, dall'altro però questo riscontro era contraddittorio perché in Rete si poteva trovare tutto e il contrario di tutto, con opinioni divergenti (ma con i detrattori sempre più scatenati dei soddisfatti).

Se in precedenza si aveva a che fare con giudizi critici espressi da persone selezionate e filtrate dalla minore immediatezza della pubblicazione su carta stampata, o scritti su lettere inviate per posta e dunque ponderate da chi doveva prendere carta e penna, con l'avvento dei social e della recensione immediata, gli autori si trovavano a fare i conti con un turbinare di pareri di tutti i generi, alcuni anche decisamente infondati, tra i quali era difficile distinguere la critica ragionevole, di cui tener conto, da centinaia o migliaia di commenti in grado solo di lasciare perplessi. Inoltre, era impossibile capire se il parere della Rete (positivo o negativo che fosse, e comunque basato anche su facili entusiasmi o feroci avversioni, oltre che soggetto alle suggestioni degli "influencer") corrispondeva a quello della "maggioranza silenziosa" dei lettori tradizionali, non usi a frequentare i forum ma abituati a leggere il proprio albo senza bisogno di confrontarsi con altri appassionati. Il problema è complicato e approfondirlo porterebbe via troppo tempo, prestandosi anche a malintesi e fraintendimenti.

Basterà dire che all'epoca del "Villaggio del mistero" mi trovai, con mia grande sorpresa, a dover difendere l'idea del pozzo in cui i cajun avevano gettato i cadaveri degli abitanti del villaggio. Secondo me, una "fossa comune" del genere avrebbe potuto essere apprezzata come un elemento horror spaventoso a vedersi, punto e basta. Nei fumetti cerchiamo sempre di inserire scene che colpiscano l'immaginazione dei lettori, "belle da vedere" anche se orride (come la vignetta con il prete impiccato). Invece, con mia grande sorpresa, in Rete ci fu chi si prese la briga di sbizzarrirsi nel contestare il fatto che i miasmi dei corpi in decomposizione avrebbero dovuto rendere l'aria talmente irrespirabile da far scoprire subito la sorte dei primi abitatori di Nuova Sulina. Su questo particolare fu imbastita una polemica che non finiva più, cosa che a pensarci bene è persino divertente.

Ricordo che, un po' perplesso, mi affannai a rispondere punto per punto tirando in ballo il fatto che in una palude piena di miasmi per conto suo non era come sentire odore di marcio in un salotto di casa, che in ogni caso il tempo trascorso dalle uccisioni poteva aver mummificato i cadaveri, oppure che, al contrario, l'umidità del delta del Mississippi (chissà quale ne è la composizione chimica) poteva aver decomposto i corpi in modo diverso e più veloce, oppure che la particolare conformazione del pozzo non favoriva le esalazioni che potevano essersi sfogate in altri modi. La cosa buffa è che in una storia basata sui fantasmi e i fenomeni di poltergeist (accettati senza battere ciglio) si andasse a contestare una faccenda di cattivi odori, e su quella venisse ingaggiata una battaglia fra lettori pro e contro. Naturalmente le mie puntualizzazioni, per quanto garbate e articolate, non convinsero nessuno dei detrattori, com'era inevitabile visto che si trattava di questioni di lana caprina. 

C'è da notare che spesso i detrattori contestano quello che viene definito lo "spiegazionismo", cioè la tendenza (che deriva da una precisa scelta di Sergio Bonelli, da lui persino rivendicata con orgoglio) a fornire spiegazioni tese a non lasciare punti oscuri in modo che il lettore non debba faticare per venire a capo dei perché e dei percome, mentre in altri casi gli stessi ipercritici contestano la mancanza di spiegazioni su particolari che, tutto sommato, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. In fin dei conti, in un passaggio come quello incriminato il dato di fatto era che dei morti nel pozzo in un primo momento nessuno si era accorto: è davvero necessario spiegare perché? Ecco, ai tempi di Guido Nolitta certamente queste discussioni non si facevano, e altrettanto certamente se al vaglio del medesimo spirito ipercritico di certi forum fossero state passati i capolavoro dell'epoca d'oro zagoriana non ne sarebbero usciti indenni neppure quelli. Tutto questo mio discorso vuole solo sottolineare come, da un certo momento in poi, anche Zagor venne coinvolto nel calderone dei dibattiti in Rete. Per un po' di tempo cercai di rispondere puntualmente e di spiegare il mio punto di vista rispetto a questioni di questo tenore che venivano sollevate di numero in numero, poi decisi che era meglio lasciar perdere: in fondo, anche i commenti polemici in Rete sono un divertimento che tiene desta l'attenzione e questo è decisamente un bene.

giovedì 7 settembre 2017

TENTACOLI!






E’ in edicola da qualche giorno il n° 677 della collana Zenith, corrispondente al n° 626 di Zagor, dal titolo “Tentacoli!”. La copertina è opera di Alessandro Piccinelli, i disegni sono di Marco Verni, il testo è mio. Si tratta della prima parte di una storia in due albi destinata a concludersi il mese successivo con un albo intitolato “Saddle Town”. A parte i complimenti miei personali al sempre più bravo Piccinelli e al sempre più ferriano Verni (una colonna e una garanzia), non ho molto da dire sull’avventura un po’ horror, un po’ misteriosa, un po’ d’antan perché, come al solito, vorrei rimandare i commenti a vicenda conclusa (dunque più o meno fra trenta giorni). Anticipo soltanto una osservazione sul fatto che una storia volutamente (e spero gradevolmente) retrò, se si vuole anche da B-Movie, sia stata introdotta da uno sketch di Cico lungo trentaquattro pagine.

Come gli zagoriani di vecchia data sicuramente hanno ben capito, c’è, in questa scelta, il ricordo delle gag scritte da quel maestro anche della risata che era Guido Nolitta.  Basta infatti contare le pagine che Nolitta dedica allo sketch di Cico con cui si apre l’avventura “Sandy River”, per rendersi conto di quanto siano lunghi ed elaborati i “siparietti” comici che lo sceneggiatore dedicava, spesso e volentieri, al suo buffo messicano: l’esilarante scenetta della “Cupido’s House” dura la bellezza di trentotto tavole. Nell’economia di un albo della collana regolare, che ne contiene in tutto novantaquattro, si tratta di parte consistente. Tutte le più classiche avventure dello Spirito con la Scure cominciano con dieci, venti, trenta, persino cinquanta tavole completamente dedicate allo sviluppo delle “comiche” del simpatico Felipe Cayetano Lopez Martinez y Gonzales. Cinquanta pagine è appunto il record raggiunto nell’albo n° 158, “Delitto a bordo”: tanto dura lo sketch di Cico e Trampy con il quiz “Indovinala grillo”. Addirittura un intero albetto a striscia, il n° 44 della quarta serie, intitolato “Un eroe ritorna”, è completamente dedicato a Cico e Zagor non vi compare praticamente mai. 



Eppure, nella pagina FB di Zagor un lettore (evidentemente neofita o sprovveduto) scrive quanto segue:

In nel numero di settembre vi siete persi con molte tavole su Cico e la storia "delle corna" in tutto il paese....per me troppo lunga.....se usate questi sistemi per completare un albo non va bene.......si è "scritto" troppo poco sul tema che volevate trattare...nn va bene su Zagor...

Ho risposto così:

Guido Nolitta scriveva gags anche più lunghe ed era una sua caratteristica molto amata e spesso rimpianta: le storie classiche di Zagor cominciano tutte con scenette comiche molto elaborate che non sono mai state considerate un riempitivo.




Per anni ho sentito chiedermi perché erano scomparse dalle pagine dello Spirito con la Scure i lunghi sketches di Cico. Adesso che ne ho scritto uno (perfino più breve degli standard nolittiani) ecco ce c’è chi se ne lamenta: “Nn (sic) va bene su Zagor”. Il lettore si erge a giudice di quel che va bene o non va bene anche contro ogni logica ed evidenza, e niente è più evidente del fatto che le lunghe scenette comiche riservate al messicano erano se non la regola, una consuetudine.

In ogni caso, credo di essere lo sceneggiatore che ha scritto più gags del pancione di tutti, in diciannove Speciali cichiani e in quasi tutte le avventure di Zagor da me scritte. Se altri autori non cicheggiano quanto me, si sappia che non sono io a impedirlo (e magari, visto il commento di cui sopra, hanno ragione loro e fanno bene).


Tuttavia c’è qualcosa di particolare nella gag che apre “Tentacoli!”. Quando nel maggio del 1991 uscì in edicola la mia prima storia di Zagor, il racconto iniziò con trenta pagine in fondo all’albo “I malefici di Diablar” (Zagor n° 310). In quelle trenta pagine c’era praticamente soltanto una gag di Cico, intitolata “Cico rubacuori”. Il seguito dell’avventura, dai toni cuoi e drammatici, si dipanò soltanto nei due albi successivi. Dunque, nel numero del mio debutto trovate soltanto uno sketch da me realizzato cercando di imitare il più possibile lo stile di Nolitta. E chi erano i protagonisti di quello sketch oltre al pancione? Il veterinario dottor Simon Keaton e la bella Emma Hornmaker. Sono sempre rimasto affezionato a questi due personaggi, un po’ perché mi ricordano i miei esordi, un po’ perché la scenetta a cui fanno vita mi è sempre sembrata divertente (e in tanti mi hanno detto che aveva fatto ridere anche loro). Così, volendo festeggiare i miei primi venticinque anni su Zagor, un anno fa ho iniziato a scrivere una gag con il ritorno del dottor Keaton e di Emma. Mi pare che sia divertente anche questa.



venerdì 1 settembre 2017

CICO RIVOLUZIONARIO




E' in edicola il n° 26, datato agosto 2017,  della collana a colori bimestrale dedicata dalle Edizioni If alla riproposta degli albi di Cico in ordine cronologico (quelli originariamente usciti, in bianco e nero, sotto il marchio Bonelli tra la fine degli anni Settanta e il 2007). Si tratta di "Cico rivoluzionario", con testi mie e disegni di Francesco Gamba (copertina di Gallieno Ferri). La prima edizione Bonelli, in bianco e nero, risale al maggio 2006.  

In “Cico Rivoluzionario” Cico racconta un altro pezzo del suo avventuroso passato, tornando con la memoria ai tempi in cui viveva ancora in Messico e sulle montagne si radunavano i guerriglieri decisi a rovesciare il potere costituito. Per uno strano gioco del destino, Cico viene scambiato per un ideologo rivoluzionario chiamato Cisco Mortadelo, e portato nel segretissimo quartier generale della rivolta, sfuggendo alla caccia del colonnello Caroñion,  i cui uomini braccano costantemente i rivoltosi. Ma che accadrebbe se il capo dei ribelli, El Cabezon, scoprisse che Cico non è l’uomo che crede? E che cosa sarebbe di lui se lo arrestassero i soldati? L’albo si riallaccia agli avvenimenti di “Cico esploratore” (2002) e vede il ritorno di un personaggio comparso solo in poche vignette della serie regolare ma mai dimenticato: Arturo il Canguro, visto sul n° 3 della collana, “L’oro del fiume”, e raffigurato in una delle prime copertine della serie a striscia. 


Si tratta di un albo in cui, se proprio si vuole, si può trovare anche un po' di satira politica, rigorosamente anti-ideologica. Mi fa molto sorridere la scena in cui i guerriglieri sono disposti ad andare a combattere rischiando di morire pur di non sentire gli indottrinamenti dell'ideologo rivoluzionario giunto a spiegare i principi della rivoluzione (magari con quelle parolone sulla lotta al sistema della talassocrazia plutocratica decentralizzante - termini scritti a caso dopo tanto averne letti di simili nei volantini ciclostilati che ci davano quelli impegnati in politica all'ingresso del Liceo negli anni Settanta).


mercoledì 16 agosto 2017

BINARI GIALLI



E' appena uscita una antologia di quindici racconti intitolata "Porrettana in giallo" (Edizioni Atelier), caratterizzati dall'essere ambientati ciascuno in una diversa stazione della Porrettana, una delle più antiche linee ferroviarie italiane, quella tra Pistoia e Porretta Terme. A quindici scrittori è stata commissionata una storia di delitto, crimine, e mistero, e chi è stato fortunato (i primi ad aver aderito) hanno potuto scegliersi la fermata preferita. Io ho scelto la stazione di Pracchia, località che conosco molto bene fin da bambino: è la più vicina al mio paese natale. Il mio racconto si intitola "Scartamento ridotto". I ventitré lettori del sottoscritto sono avvisati.

Perché "scartamento ridotto"? Perché proprio a Pracchia la ferrovia Porrettana si intersecava con una linea secondaria, appunto a scartamento ridotto, cioè con binari più stretti, che passando per vari paesi della montagna pistoiese raggiungeva San Marcello e infine Mammiano: era la FAP (Ferrovia Alto Pistoiese), un percorso, peraltro molto pittoresco, rimasto attivo tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso. Il mio racconto si svolge tutto in viaggio: i protagonisti partono da Pistoia, scendono a Pracchia e cambiano treno per salire sul trenino verso San Marcello. Siamo negli anni, o forse nei mesi, immediatamente prima dell'entrata in guerra dell'Italia nel Secondo conflitto mondiale, e c'è di mezzo una fabbrica di munizioni per l'esercito (realmente esistente) che sorgeva a Campo Tizzoro (località attraversata dalla FAP).


Il libro è stato presentato lunedì 14 agosto 2017 alle ore 17,30 presso Villa Chiara, proprio a Pracchia (PT). Seguiranno altre presentazioni in altre località lungo la linea ferrata inaugurata il 2 novembre 1864 da Vittorio Emanuele II, che costituisce una importante opera ingegneristica con 47 gallerie e 35 tra ponti e viadotti.  

Scrive il curatore Giuseppe Previti nella sua introduzione: "Punto ispiratore per molti è stato il passato, per altri la guerra, per altri ancora l'aria da belle epoque tipica delle località termali. Altri invece hanno impostato delle vere e proprie storie gialle, anche moderne nell'ambientazione temporale. Protagonisti di questa raccolta gli scrittori, ma in questa nota vogliamo ricordare ancora il ruolo di co-protagoniste le stazioni di Pistoia, Valdibrana, Piteccio, Corbezzi, Il Castagno, San Mommè, Biagioni Lagacci, Molin del Pallone, Ponte alla Venturina, Porretta. Stazioni visitate da chissà quante migliaia e migliaia di persone in cento e più anni, da reali a nobili, da cittadini a montanari, da villeggianti a frequentatori delle terme, da pendolari a studenti, territorio montano tra Toscana e Emilia che attraversa un vasto territorio tra Pistoia e Bologna"

Peraltro, pare che anche Sherlock Holmes abbia usato la Porrettana (è oggetto di discussione da parte dei cultori del canone) dopo lo scontro finale con il suo mortale nemico Moriarty alle cascate di Reichenbach, quando volle eclissarsi e raggiunse Firenze.


Rilegatura : Brossura
Prezzo : Euro 15
Dimensioni : mm 146 x mm 12 x mm 206

Il libro è acquistabile scrivendo una mail ad Edizioni Atelier di Pistoia info@atelierantiquario.it (verrà spedito all'indirizzo del richiedente per posta con modalità piego libri) oppure tramite internet per mezzo del canale IBS
Presentazioni :

• Sabato 2 settembre 2017 alle ore 17 nella sala del Consiglio Comunale di Porretta in occasione dei festeggiamenti dei 50 anni di carriera del cantautore Francesco Guccini. Nell'occasione una locomotiva a vapore partirà da Bologna e si fermerà a Porretta Terme

• Sabato 23 settembre 2017 nel pomeriggio presso la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

lunedì 31 luglio 2017

SARO' BRE





Gianni Fantoni con "Sarò bre"
E' uscito da qualche settimana un mio nuovo libro. Si tratta di "Sarò bre", edito da Allagalla (160 pagine, 10 euro). E' una antologia di aforismi segue il successo di un’altra, uscita del 2015 con il titolo “Utili sputi di riflessione”: quasi 1500 copie vendute. 

"Sarò bre" raccoglie oltre mille aforismi corredati da venti divertenti illustrazioni di James Hogg, con una copertina di Stefano Babini e una prefazione  di Tito Faraci (scusate se è poco). Si può trovare in libreria (lì dove c'è, se no non ci sono problemi a ordinarlo), ma anche su Amazon e su altri siti di vendita on line, compreso quello della Casa Editrice (basta un clic qui sotto).



Presentando quella silloge in giro per l’Italia ho spiegato di aver sempre collezionato gli aforismi degli altri, con una predilezione per quelli più cinici e cattivi, e di aver voluto cimentarmi anch’io in un genere che ha attraversato la storia della letteratura fin dalle origini. Già ai tempi del liceo avevo cominciato ad annotare su un grosso quaderno tutte le frasi citabili che incontravo nel corso delle mie letture. Con il crescere della mia biblioteca, è cresciuta anche la mia collezione di libri di massime, che ormai occupa due interi ripiani. Fra questi ci sono i due volumi dei Meridiani Mondadori intitolati “Scrittori italiani di aforismi”, che cominciano raccogliendo testi del Duecento fino ad arrivare al Novecento. Chiaramente, il mio preciso intento è fare in modo di essere contemplato in una eventuale nuova edizione di quell’opera (senza dubbio incompleta senza di me). 

Raul Cremona con "Sarò bre"
Dato che pubblicando in Rete le mie riflessioni, facezie, arguzie e stupidaggini ho finito per avere un pubblico che li apprezza e addirittura le attende o le va a cercare, credo si sia ormai capito, e non serva ribadirlo più di tanto, come tutto ciò che scrivo vada considerato una provocazione, un pungolo, una puntura e non ci siano verità rivelate o tesi propugnate. Anzi, sono gradite le contraddizioni perché dai contrasti nascono i dibattiti e gli arrovellamenti d’idee. Mi piace l’idea che da un concetto, talvolta paradossale, si possano trarre lunghe riflessioni. Talvolta i miei aforismi riescono a mettere a nudo la mia anima, anzi, in certi casi che la scarnificano. Del resto si sa che Arlecchino si confessò burlando. Mi diverte anzi dipingermi peggio di come sono per la soddisfazione di sentirmi dire: “ma no, non è vero che sei così”. E che delusione quando non me lo dicono e temo di essere così davvero. Poiché ai buffoni si perdona tutto, anche le parolacce, mi sono permesso di usarne qualcuna a scopo ludico: tenete però il libro fuori portata dai bambini, mi raccomando. In ogni caso, come scrisse Stan Laurel in una sua poesia, God bless all clowns: Dio benedica i clown. Non è obbligatorio pensarla come me su Dio, Patria e Famiglia per apprezzarne la mia presa in giro che fa parte degli stilemi del genere. Del resto neppure io la penso come me. 

Permettetemi di commentare l’illustrazione di copertina opera di Stefano Babini. Si può facilmente intuire come dietro la metafora del messaggio in bottiglia che va alla deriva verso un destinatario sconosciuto si nasconda, e neanche tanto, il concetto stesso di aforisma. Ma c’è dell’altro, un secondo piano di lettura. La bottiglia è in primo piano contro un orizzonte. E il verbo greco horízo, “separo”, è alla base della parola “orizzonte”: in pratica, “aforisma” e “orizzonte” hanno lo stesso etimo. Apó e horízo significano “separo da” ma anche “circoscrivo” e dunque aphorismós  vale come “definizione”. L’orizzonte è ciò che lo sguardo circoscrive separandolo dal tutto, e l’aforisma è ciò che poche parole possono contenere in uno spazio limitato. “Ci sono certi scrittori che riescono a esprimere già in venti pagine cose per cui talvolta mi ci vogliono due righe”: così Karl Kraus in Detti e contraddetti (Adelphi, 1992), uno dei miei livres de chevet. Gli aforismi sono una forma d’arte paragonabile alla poesia: ogni singola parola ha un peso enorme e il loro significato va incredibilmente al di là delle dimensioni del testo con cui lo si esprime. Gesualdo Bufalino, del resto, diceva: “un aforisma ben fatto sta in otto parole”. Non ne servono molte di più per colpire immediatamente nel segno con più efficacia di qualunque lungo discorso. Del resto, “quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma”, concludeva il solito Kraus. 



ISTRUZIONI PER L’USO

Gran parte degli aforismi di "Sarò bre" sono stati pubblicati sul mio profilo Twitter tra il 2015 e il 2017, anche se alcuni sono comunque inediti. I miei più fedeli lettori (sono certo di averne più di venticinque) potranno divertirsi a scoprire quali. Non importa, anzi è sconsigliato, leggerli nell’ordine con cui li ho disposti. Il modo migliore per fruire del libro è saltare di pagina in pagina passando da un argomento all’altro in modo casuale. Non è necessario essere d’accordo con il senso dell’aforisma per apprezzarne la forma. La suddivisione per argomenti è partita dal principio che le singoli “voci” dovessero essere diverse da quelle contenute in “Utili sputi di riflessione”. Se mai verrà fatta una raccolta complessiva dei due libri avremo così un dizionario completo.


Spero mi si creda in buona fede affermando che si tratta sempre e comunque di farina del mio sacco: se qualche aforisma assomiglia (o addirittura coincide) con qualcosa di altrui, si tratta di un caso. Del resto, le idee sono nell’aria ed è capitato anche a me di vedere attribuito ad altri quel che sono certo aver scritto io.


Un affettuoso ringraziamento va a Stefano Babini, illustratore della bellissima copertina realizzata appositamente per quest’opera, e a James Hogg, mio sodale e complice nelle vignette che da anni ormai pubblichiamo sul “Vernacolire” e su “Enigmistica Più”, autore dei venti disegni che corredano il testo: i lavori di questi due artisti valgono da soli il prezzo del libro. Un grazie particolare all’amico Tito Faraci per la sua prefazione che in alcun modo va considerata un endorsement verso i contenuti dei singoli aforismi, di cui mi prendo tutta la responsabilità. Un grazie anche a Valentina Uccheddu che mi ha aiutato in modo sostanziale nella scelta, nella suddivisione e nell’editing. Se però fossero rimasti dei refusi, e ne saranno rimasti di sicuro, la colpa è soltanto mia. Del resto si sa che la battaglia contro i refusi è pirsa in partonza.


DICONO DI ME


Un distillato di arguzia e ironia” 
(Giuseppe Pollicelli, “Libero”)


“Burattini è approdato a un genere letterario a metà strada fra il frammento e la boutade, nel quale troviamo il singolare modo di scrivere di sé dell’autore” 
(Daniela Gori, “La Nazione”)


“Le sue battute hanno bensì un valore intrinseco, ora umoristico, ora didascalico, ora provocatorio, ora corrosivo, ora beffardo e perfino filosofico, ma al tempo stesso sono un esempio colto di questa tipologia di opere, delle quali troviamo disseminata tutta la storia della letteratura: fin dalla Bibbia, e poi Guicciardini, Montaigne, Einstein, e tanti altri, fino a Papini e Flaiano.” 
(Gianni Brunoro, “Fumo di China”



La copertina di "Sarò bre" sul tavolo da lavoro di Stefano Babini













STEFANO BABINI

Stefano Babini nasce a Lugo (RA) nel 1964. Dopo aver studiato presso l’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, inizia la sua attività nel mondo del fumetto come inchiostratore per alcune testate erotiche della Edifumetto. Entra in contatto con Hugo Pratt e frequenta il suo studio in Svizzera. Nel 1993 approda alla casa editrice Sergio Bonelli e disegna la storia “Pendolare del tempo”, apparsa sul numero 10 della testata Zona X. Inizia quindi una collaborazione che continua tuttora con la Rivista Aeronautica, per la quale scrive e disegna vari episodi riguardanti la storia dell’aviazione, dando vita a un personaggio proprio, l’aviatore Attilio Blasi. Nel 2001 crea la strip “Mirna” per il settimanale femminile Donna Moderna, in collaborazione con Giovanni Fanti. Realizza le chine per alcuni racconti di Niccolò Ammaniti disegnati da Davide Fabbri e sceneggiati da Daniele Brolli, poi raccolti nel volume “Fa un po’ male” (Einaudi 2004). Nel 2006 entra a fare parte dello staff di Diabolik, prestando le sue matite al prologo e all’epilogo dell’episodio “Gli Occhi della Pantera” (Il Grande Diabolik, 1-2008). Nel 2009 pubblica per Dada Editore il graphic novel autobiografico Non è stato un pic nic!. Nel 2010 esce il suo secondo libro, uno sketchbook sempre per Dada,  dal titolo “Welcome bye bye”, che contiene in appendice una storia inedita a fumetti. Collabora al progetto Cinquanta x Cento in occasione del centenario della C.G.I.L., insieme a Vittorio Giardino e Ivo Milazzo, pubblicato da Ediesse. Inizia una collaborazione con la rivista Vanity Fair e nel 2011 pubblica il volume “Cielo di Fuoco” (Dada Editore) che raccoglie le storie uscite sulla rivista Aeronautica. Realizza un manifesto della Turandot e varie copertine di dischi, è ospite di svariate convention fumettistiche e nel 2012 prende parte alla Biennale d’Arte di Venezia. Nello stesso anno realizza un portfolio a tiratura limitata edito da Il Grifo dal titolo "Effe" contenente illustrazioni dedicate alla bellezza femminile. Nel 2013, oltre ad essere ospite in festival del fumetto di mezza Europa, realizza un albo speciale (fuori collana) di Diabolik, occupandosi anche dei testi e della sceneggiatura, intitolato "Colpo alla Little Nemo" (edito dalla omonima galleria d'arte). Nell’estate del 2013, dopo aver preso parte alla trasmissione televisiva Fumettology, crea un nuovo personaggio, Lord Caine e pubblica, con il proprio marchio editoriale Dark Crow, un portfolio a tiratura limitata, dopo aver realizzato il volume edito da Il Grifo dal titolo "Paper Girls". Nel 2015 viene insignito del Romics d’Oro, realizza un racconto sulle Frecce Tricolori e assieme all’amico Lele Vianello pubblica un libro di illustrazioni sui nativi americani dal titolo “Indians” (Dark Crow). Attualmente sta lavorando alla stesura della storia che darà inizio alla saga di Lord Caine.

Stefano Babini


JAMES HOGG

James Hogg, discendente dell’omonimo scrittore e poeta scozzese del ‘700, nasce a Firenze nel 1964 ed esordisce professionalmente come disegnatore  per la “Corrado Tedeschi Editore” di Firenze nel 1987. Oltre a disegnare copertine di libri e dischi negli anni’90 si dedica anche al fumetto sia di genere realistico che umoristico lavorando per “Demon Story”, “L’Intrepido” e “Nick Carter” su testi di Vincenzo Perrone, Adriano Carnevali e Bonvi. Nel 1997 inizia il sodalizio con Massimo Cavezzali sui testi del quale disegna il personaggio di Ava sulle pagine di “Lupo Alberto”, storie libere per “Totem” e vignette per il settimanale “Musica di Repubblica”. Dagli anni 2000 lavora stabilmente come illustratore e fumettista per lo studio E’unidea di Milano. Divide la  sua passione per il disegno con quella per la musica scrivendo fin dagli anni Ottanta testi in inglese per svariati gruppi rock italiani che lo porta negli anni a partecipare alla realizzazione di più di venti album di artisti quali: Strana Officina, Sabotage, Death SS, Bud Tribe, Ancillotti, Nuova Era. Recente è la collaborazione come vignettista e disegnatore di strisce con il mensile satirico “Il Vernacoliere” e il settimanale di Cairo Editore “Enigmistica più” su testi di Moreno Burattini. Inoltre ha pubblicato fumetti, vignette ed illustrazioni  su: “Il Giornale dei Misteri”, “Visto”, “Sorrisi e Canzoni TV”, “Settimana Sudoku”, “Comix”, “Prezzemolo”,“La Nazione”, “Corriere della Sera”, “ La Repubblica”.


James Hogg



sabato 15 luglio 2017

CICO PIONIERE



E' in edicola il n° 25, dato giugno 2017,  della collana a colori bimestrale dedicata dalle Edizioni If alla riproposta degli albi di Cico in ordine cronologico (quelli originariamente usciti, in bianco e nero, sotto il marchio Bonelli tra la fine degli anni Settanta e il 2007). Si tratta di "Cico pioniere", con testi mie e disegni di Francesco Gamba (copertina di Gallieno Ferri). La prima edizione Bonelli, in bianco e nero, risale al 2005. Il fatto che la ristampa If in policromia sia arrivata quasi a completare la collana (con venticinque uscite su ventisette) significa che a distanza di anni dalla prima uscita questi albi continuano a divertire almeno qualcuno, e questo mi fa molto piacere.

Nell’ultima tavola dell’albo precedente, “Cico Cowboy”, il nostro messicano spiegava di aver rinunciato a continuare a fare il mandriano in un ranch per andare a caccia di nuove avventure. “Di lì a poco – raccontava infatti il pancione– sarei divenuto la guida di carovane più ricercata di tutta la frontiera! Prima o poi vi racconterò anche di quel periodo della mia vita… statene certi, amici miei!”. E infatti, più prima che poi, nel venticinquesimo della serie vengono narrate le disavventure del pancione nei panni di uno scout alla testa di un convoglio di carri. Quando io e Francesco Gamba realizzammo “Cico Pioniere”, mi divertii moltissimo non soltanto a immaginare le gag e gli sketches (come quello, tra i miei preferiti, delle begonie indago extra size) ma anche nell’inventare dei buffi nomi per i personaggi. Non sfugge a nessuno, infatti, come quello del truffatore Tim Brollyo suoni come “t’imbroglio”, e poco più avanti una esperta guida abituata a dare il segnale della partenza e della fermata ai carri si chiami Gostop (“vai”, “non proseguire”). La “terra promessa” tanto agognata dai pionieri è naturalmente la “Honey Valley” e i capi della comitiva sono un terzetto di signori appellati Melchiorre, Baldassarre e Caspar, come i tre re Magi (i quali appunto compirono un famoso viaggio in carovana molto tempo fa). 

Nononostante le apparenze ilari e giulive dell’albo, non va dimentica la drammatica realtà dei “viaggi della speranza” compiuti dai coloni che dalla costa atlantica del Nord America andavano in cerca di fortuna verso le selvagge  terre dell’Ovest. Una delle più tragiche spedizioni di questo tipo fu la tristemente famosa “Donner Party”, ovvero una carovana di carri di emigranti che, nel 1846, prese il nome da George Donner, un pioniere deciso a condurre la sua famiglia fino in California, trovando un numeroso gruppo  disposto a seguirlo benché non avesse aveva la stoffa del condottiero, rivelando anzi in più occasioni il suo carattere irresoluto.  La carovana si perse tra le montagne e fu bloccata dall’inverno. Le testimonianze dei sopravvissuti, molti ritrovati in stato di shock e con evidenti segni di alienazione, rivelarono che si era trattato di scegliere fra morire di fame o vivere mangiando la carne umana. Nessuno perseguitò i cannibali riportati alla civiltà. La loro storia è stata raccontata in molti libri tra cui, efficacemente, in un saggio italiano dal titolo “Il diavolo sulla sierra”, di Angelo Solmi (1978). Anche gli autori di un altro grande personaggio del fumetto italiano, Ken Parker (un personaggio creato nel 1977 da Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo), hanno preso spunto da questo fatto storico per realizzare una delle ultime avventure del loro eroe, “La carovana Donaver” (1995), scritta da Berardi e Mantero e illustrata da José Ortiz.