martedì 20 febbraio 2018

L'INFERNO A SCUOLA





Lo Speciale Dampyr n° 12, datato ottobre 2016 e intitolato "La porta dell'inferno", da me sceneggiato per i disegni dell'ottimo Fabrizio Longo, continua a darmi delle soddisfazioni. Non soltanto è stato commentato e recensito più che positivamente suscitando interesse anche al di fuori dall'ambito del tradizionale riscontro mediatico, ma continuo a incontrare lettori che si ricordano di quella storia, me ne portano una copia da firmare, mi chiedono se scriverò ancora episodi di Harlan Draka (la risposta  è: forse). Già nei mesi successivi ho avuto notizie di insegnanti che hanno usato "La porta dell'inferno" per parlare della "Divina Commedia" ai loro studenti, e ho pubblicato sulla mia pagina Facebook le foto di quelle esperienze didattiche. Oggi, a distanza di tempo, è giunta in redazione la fotocronaca di un'altra iniziativa scolastica legata al racconto dampyriano, e vi mostro volentieri le foto disponibili. Qui di seguito ecco l'estratto della lettera di un insegnante coinvolto nell'iniziativa (il mio amico Alessandro Monti). In appendice, riproduco il post pubblicato su questo blog poco dopo l'uscita in edicola dell'albo.

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Carissimi, 
vi trasmetto alcune immagini relative all’attività che  si è svolta nella classe 3^E del Liceo Scientifico “Anna Maria Enriques Agnoletti” di Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze, all’interno di un percorso interdisciplinare tra gli insegnamenti di Storia, Filosofia e Italiano.
L’idea era quella di parlare di Dante e della sua Commedia in un modo un po’ diverso dal solito: così gli studenti hanno imparato la “grammatica” del fumetto, smontando una per una le sequenze narrative dell’albo, confrontandole con i versi dell’Inferno dantesco, ed esercitandosi poi  nell’analisi del testo e nell’invenzione di finali alternativi. 
Il lavoro è stato interessante e piacevole, tanto per i docenti coinvolti quanto per gli studenti, che hanno dimostrato tutto il loro entusiasmo per il fumetto sui banchi di scuola.









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La porta dell’inferno”, lo Speciale Dampyr n° 12, è stato da me sceneggiato per i disegni di Fabrizio Longo. Sono le mie prime 160 pagine scritte per Harlan Draka e anche per Fabrizio si è trattato di un esordio, sia in casa Bonelli che in casa Boselli. Il sito della Casa editrice ha pubblicato una mia intervista al disegnatore,  intitolata “Benvenuti all’Inferno”, preceduta da questa introduzione a mia firma.


Nonostante i miei venticinque anni di esperienza alle spalle, quando Mauro Boselli mi ha chiesto di scrivere una storia di Dampyr mi sono sentito tremare le vene ai polsi. Le storie di Harlan Draka non sono mai, come sanno bene i lettori (e benissimo gli sceneggiatori), un compitino da sbrigare con la mano sinistra. Al contrario, richiedono originalità d’invenzione e ricchezza di documentazione, oltre che rispetto di una linea editoriale e di uno standard qualitativo stabiliti da oltre quindici anni di storie che hanno costruito un universo e una continuity da cui non si può prescindere. Vista la competenza con cui Boselli maneggia materie complicatissime come i miti celtici, le leggende scandinave e i cicli arturiani, ho pensato che avrei potuto cavarmela soltanto trattando temi in cui anche io sono un minimo ferrato, come la letteratura italiana, la filologia dantesca e la storia fiorentina.


Appunto da toscano qual sono, ho pensato di ambientare proprio a Firenze la vicenda che ero chiamato a scrivere. Poi, riflettendo sulle tematiche horror tipiche della saga dampyriana, sono partito dal presupposto che il racconto più orrorifico mai concepito da mente umana sia la discesa negli inferi di Dante Alighieri: ho immaginato dunque una storia in cui Harlan compisse quello stesso viaggio. Per inciso, una annotazione: “tremar le vene e i polsi” (la frase da cui sono partito), è appunto una espressione dantesca usata nel primo canto dell’“Inferno”: “Vedi la bestia per cu’ io mi volsi /?aiutami da lei, famoso saggio / ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi". Tutto torna.

Quanto alla documentazione, oltre a leggere un bel po’ di saggi e far ricorso agli appunti universitari, ho consultato un vecchio amico, Alessandro Monti (noto anche in ambito fumettistico per aver collaborato con me in vari saggi critici e alla rivista “Dime Press”): Alessandro è oggi un insegnante e uno storico di professione e lavora abitualmente in ricerche di archivio su vecchi testi e carteggi medievali e rinascimentali. Dai miei consulti con lui derivano molti dei particolari riguardanti le tecniche di studio dei codici antichi che vengono spiegati ne “La porta dell’inferno”, appunto la storia di Dampyr che sono poi andato a scrivere. Non a caso uno dei personaggi del racconto si chiama Montanari e ha appunto lo stesso aspetto del mio “consulente”. A illustrare le 160 tavole dello Speciale – in edicola dal 22 ottobre – è stato chiamato un esordiente (solo in campo bonelliano, in realtà disegnatore con già alcune esperienze alle spalle): Fabrizio Longo. La sfida che si è trovato davanti era davvero pazzesca: visualizzare gli scenari danteschi confrontandosi con le illustrazioni di incisori del calibro di Gustave Dorè e pittori di ogni epoca. L’impresa è stata portata a compimento con i risultati che finalmente sono gli occhi di tutti. 

Per leggere il seguito vi rimando appunto all’intervista che ho fatto a Longo, leggibile cliccando qui

Moreno Burattini e Fabrizio Longo
Rinnovo a Fabrizio i miei complimenti per come è riuscito a confrontarsi con gli scenari danteschi, impresa davvero non facile, nel rispetto delle descrizioni del Sommo Poeta che, davvero, ha scritto uno de testi più orrorifici della letteratura mondiale. Fra tanti mostri e tante visioni apocalittiche, il vero dramma (quello che più sconvolge) è il dato di fatto di non poter morire: il dolore si rinnova senza fine, come sperimentano Dampyr e i suoi compagni finiti nell’Inferno di Dante, là dove, quando si entra, si lascia ogni speranza, anche quella della morte.

Una curiosità riguarda il cameo (una vera e propria piccola parte, a dire il vero) di Desdemona Metus, ovvero quella Desdy che con il soprannome de “L’Insonne” (dal titolo del programma radiofonico che conduce) è stata protagonista di più incarnazioni editoriali: creata nel 1994 da Giuseppe di Bernardo e da Andrea J. Polidori adesso sembra pronta per una serie TV (o una pellicola cinemotografica?) tutta sua. Essendo Desdemona fiorentina, portando Harlan a Firenze mi è sembrato giusto creare un team up non ufficiale (non si fa mai il nome della ragazza per esteso) d’accordo con Boselli e Di Bernardo. Guarda caso, fra le sue esperienze precedenti a Dampyr, Longo annovera anche un episodio dell’Insonne.

Nei giorni seguenti l’uscita dello Speciale si sono succedute numerose recensioni. Finora, i giudizi che ho letto sono più che positivi, talvolta entusiasmanti. Ne segnalo qui alcuni. estratti. Ringrazio in ogni caso tutti, anche chi avesse espresso pareri meno lusinghieri, per l'attenzione.  In calce troverete l'invito a una presentazione culinaria de "La porta dell'Inferno" prevista per il 18 novembre 2016 a Firenze, al ristorante "Il Latini" (un vero paradiso gastronomico). Ci saremo io e Longo e anche tanti altri autori.


Bad Comics



La narrazione e l’arte di queste tavole pensate ovviamente per un prodotto di intrattenimento, sono capaci di un trasporto insolito: riescono a catturare e a trasmettere al lettore alcune delle emozioni centrali del capolavoro originale: il tormento e il totale abbandono a cui sono condannate le anime dei peccatori in quei luoghi di pena e di indicibile dolore, che non viene risparmiato neppure ai nostri eroi.
Pensavamo finora che l’Inferno di Dante avrebbe smesso di angosciarci dimenticate le interrogazioni e finite le scuole. Ci sbagliavamo: Malebolge e dintorni possono ancora rappresentare un incubo, come pure l’occasione per godersi un’incredibile esperienza horror.


Gli Audaci



Emerge con chiarezza il ricco apparato di documentazione al quale si sono rivolti gli autori: lo stesso Burattini in un recente articolo/intervista ha dichiarato di essersi avvalso della consulenza dello storico Alessandro Monti (citato anche nella storia nella figura del Professor Montanari), mentre visivamente è evidente anche a uno sguardo superficiale che Longo ha studiato ed assimilato le incisioni di Gustave Dorè per dar vita a delle tavole al contempo personali ma colme di citazioni. Tutti i passaggi dell'albo ambientati all'Inferno sono caratterizzati da una perizia e una minuziosità nella rappresentazione grafica che rendono la lettura particolarmente piacevole, con il verosimile risultato di spingere il lettore con minor memoria degli studi classici a rileggersi una delle opere fondamentali della letteratura italiana.


Nerdgate


Un albo molto interessante, godibilissimo sia da chi segue ogni mese le avventure del Dampyr, sia da chi invece ne è completamente digiuno. La storia è infatti auto conclusiva e non eccessivamente legata a fatti accaduti in pubblicazioni precedenti.
Un ottimo lavoro, che consiglio caldamente a tutti!

A6Fanzine


Un gran bel volume da collezione che ci catapulta lì all'inferno, dove l'incubo prende realtà e le anime entrano in un loop senza fine. Bellissime i disegni e le ambientazioni di Fabrizio Longo, il quale riesce a far prendere vita quei mostruosi personaggi che abitano l'inferno e che speriamo di non incontrare mai.

Zagor e Altro



Questa prima storia dampyriana di Moreno Burattini mi ha davvero appassionato. L’idea di un’antica magia che, per un accidente, riesce a conferire concretezza all’Inferno immaginato da Dante Alighieri nella Divina Commedia, l’ho trovata davvero originale. Lo sceneggiatore non si è limitato “escogitare” un modo per poter far interagire i protagonisti della serie con i personaggi e l’ambientazione di un’opera letteraria, ma – da razionalista (a volte fin troppo) qual è – ha trovato una spiegazione oggettivamente plausibile perché ciò potesse accadere.
Da studente di liceo classico avevo passato ore e ore a studiare le cantiche dantesche ed è stato per me molto bello poter ammirare in un fumetto “drammatico” le raffigurazioni di personaggi e situazioni in precedenza solo immaginate. C’è davvero tutto l’essenziale dell’Inferno.

martedì 13 febbraio 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA



In allegato allo Zagor n° 632 (Zenith 683) del marzo 2018, viene offerto (come allegato gratuito) un albetto spillato di 32 pagine con in copertina la scritta "Zagor Jovanotti" e contenente una storia a fumetti di 26 tavole intitolata "Il richiamo della foresta". 
Per saperne di più potete leggere la notizia sul sito della Sergio Bonelli Editore.
L'operazione nasce dal fatto che il cantautore Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, è da sempre un grande fan dello Spirito con la Scure. Uno di noi, insomma. Ne avevamo già parlato su questo blog. 
Sulla Zagor TV ci sono vari video che lo riguardano, compreso uno che ripropone una sua intervista a "Le invasioni barbariche" in cui si dilunga con Daria Bignardi su questa sua passione.

Jovanotti è un personaggio molto famoso, e soprattutto molto amato, oltre che un eccellente musicista, autore di testi e interprete. Vedere condiviso anche da lui il nostro amore verso Zagor, per quanto mi riguarda, riempie di soddisfazione. Il fatto di essere stato chiamato a sceneggiare una storia in cui Lorenzo incontra il Re di Darkwod (sia pure in modo onirico) è davvero un grande onore. "Il richiamo della foresta" nasce da un soggetto di Michele Masiero approvato da Cherubini, che ho sceneggiato per Walter Venturi, l'unico disegnatore al mondo in grado di realizzare un progetto così importante in un tempo molto veloce ma garantendo la sua tradizionale qualità. La copertina, strepitosa come al solito, è di Alessandro Piccinelli.






Jovanotti è un cantastorie come cantastorie siamo anche noi fumetti, e i valori positivi trasmessi dalle sue canzoni sono gli stessi che animavano Sergio Bonelli e Gallieno Ferri quando hanno dato origine alla leggenda di Zagor. La sinergia tra fumetto e musica porta sempre buoni risultati, e lo Spirito con la Scure ha già avuto la fortuna di vedersi dedicare un album da Graziano Romani ("Zagor King of Darkwood") oltre che una canzone da Ligabue ("Freddo cane in questa palude"). Dylan Dog in passato è stato protagonista di una storia ispirata da una canzone di Claudio Baglioni ("La via dei colori").

Il fatto che proprio Zagor sia a centro di iniziative sempre nuove testimonia la vitalità del personaggio e un evento come l'albo con Jovanotti attirerà su di noi l'attenzione anche dei più distratti, facendo parlare di una leggenda come lo Spirito con la Scure (57 anni di vita in edicola) anche chi di solito non parla di fumetti, sui giornali e sui media. Per di più l'albetto allegato a "La banda degli spietati" sarà gratis: perciò, se ci fosse anche chi non lo apprezza può regalarlo a qualcun altro o lasciarlo sul sedile di un treno perché finisca in mano a chi lo apprezzerà. Peraltro si può non essere fan di Jovanotti e leggersi la storia di Zagor (con Zagor, Cico e Darkwood), che è fruibile di per sé in quanto tale. Non vedo come si possa non essere più che ben disposti dall'iniziativa.



Qualche risposta al volo alle prime obiezioni colte in rete. Perché non abbiamo allegato l'albetto al numero di febbraio in cui cominciava la storia con Blondie? Perché non c'erano i tempi tecnici: Venturi è un fulmine di guerra, ma non un fotone. Perché non allegarlo a un numero estivo? Perché il tour 2018 di Jovanotti inizia il 12 febbraio. C'entra qualcosa la politica? No, nel modo più assoluto, basterà leggere la storia "Il richiamo della foresta" per rendersene conto (in ogni caso, che domanda è?). Ci saranno altre iniziative simili? Non simili, ma altre iniziative sì: preparatevi a delle sorprese. Almeno altre tre, prima della fine dell'anno.









domenica 4 febbraio 2018

SPIEGAZIONI SPIEGAZIONISTE




Nel numero speciale di SCLS Magazine a me interamente dedicato (dicembre 2017), compare una intervista al sottoscritto, in cui mi viene fatta, a pagina 126,  questa domanda: “La continua critica sullo spiegazionismo ha modificato il tuo modo di scrivere?”. Prima di rispondere, ci sarebbe da chiedersi che cosa significhi, esattamente, “spiegazionismo”, una parola misteriosa che mi lascia sempre molto perplesso.  Non riesco bene a capire di che cosa si tratti.  

Forse chi etichetta come spiegazionista un autore ritiene che i misteri e i nodi di una storia non dovrebbero essere sciolti, risolti e chiariti (e dunque spiegati)? Si dovrebbero lasciare delle domande senza risposta? Si dovrebbero scrivere storie in cui le motivazioni delle azioni dei personaggi siano indecifrabili o si prestino a più interpretazioni lasciate all’arbitrio del lettore, senza che all’autore sia consentito dare degli indizi? Dovrebbero essere banditi i balloon di pensiero da collane a fumetti come Zagor, che ne fanno uso da sempre per consolidata tradizione? E questo solo perché uno di questi balloon potrebbe dare una informazione giudicata superflua da qualcuno? C’è un tribunale del popolo che emette sentenze sulle spiegazioni che vanno o non vanno date, e fa ritrovare il cadavere degli autori che ne danno troppe nella bauliera di una macchina?  L’argomento è paradossale, tuttavia mi propongo di affrontarlo qui di seguito, per il gusto di analizzare la fenomenologia della psiche dei detrattori, uno sport molto divertente in cui mi sono dilettato spesso in questo spazio. La cosa buffa è che per difendermi dall’accusa di spiegazionismo dovrò argomentare molte spiegazioni.

Parole sante

Il più sacrosanto dei pareri sull’argomento viene fornito da Jacopo Rauch a pagina 90 dello stesso numero di SCLS Magazine citato all’inizio. Alla domanda “Qual è la tua opinione sullo spiegazionismo?”, Rauch risponde così: “Penso che sia una solenne cavolata”. Il che potrebbe bastare. La discussione è chiusa, arrivederci a tutti. Rauch, chiamato a esprimersi, in pratica ha detto delle accuse di spiegazionismo quello che l'indimenticabile Fantozzi dice della Corazzata Kotiomkin. Condivido. Novantadue minuti di applausi. 

Ma leggiamo, per amor di discussione, che cosa aggiunge Jacopo: “Con il simpatico neologismo di spiegazionismo  si imputa a Moreno Burattini di eccedere nelle spiegazioni, nelle sue storie. Ma questo non è affatto vero. Moreno spiega sempre quello che va spiegato, né più, né meno. Del resto le spiegazioni ci vogliono. E’ una regola sine qua non dello scrivere non lasciare buchi narrativi. Se uno sceneggiatore lo fa, pensando che la spiegazione sia sottintesa, commette un errore da circoletto rosso. Provate infatti a vedere cosa succede se uno lascia qualcosa di non spiegato all’interno di una storia: andate sui social e leggete le reazioni”.

Il caso del pozzo

Giusto: andiamo a leggere le reazioni, prendendo per esempio un caso fra i tanti. E’ il caso del pozzo che compare nella storia "Oscure presenze" (Zagor 473, del dicembre 2004). Ne ho parlato anche in una intervista fattami da Luca Raffaelli per commentare le storie a mia firma ristampate nella Collezione Storica a Colori di Repubblica. I fatti sono questi: a storia pubblicata, mi trovai a dover difendere l'idea del pozzo in cui i cajun avevano gettato i cadaveri degli abitanti del villaggio di Nuova Sulina, di cui avevano fatto strage. Secondo me, una "fossa comune" del genere avrebbe potuto essere apprezzata come un elemento horror spaventoso a vedersi. Nei fumetti cerchiamo sempre di inserire scene che colpiscano l'immaginazione dei lettori, "belle da vedere" anche se orride (come, nella stessa storia, la sconvolgente vignetta con il prete impiccato). Invece, con mia grande sorpresa, in Rete ci fu chi si prese la briga di sbizzarrirsi nel contestare il fatto che i miasmi dei corpi in decomposizione avrebbero dovuto rendere l'aria talmente irrespirabile da far scoprire subito la sorte dei primi abitatori del villaggio. Su questo particolare fu imbastita una polemica che non finiva più, cosa che a pensarci bene è persino divertente.  

Ricordo che, un po' perplesso, mi affannai a rispondere punto per punto tirando in ballo il fatto che in una palude piena di miasmi per conto suo non era come sentire odore di marcio in un salotto di casa, che in ogni caso il tempo trascorso dalle uccisioni poteva aver mummificato i cadaveri, oppure che, al contrario, l'umidità del delta del Mississippi (chissà quale ne è la composizione chimica) poteva aver decomposto i corpi in modo diverso e più veloce, oppure che la particolare conformazione del pozzo non favoriva le esalazioni che potevano essersi sfogate in altri modi. La cosa buffa è che in una storia basata sui fantasmi e i fenomeni di poltergeist (accettati senza battere ciglio) si andasse a contestare una faccenda di cattivi odori, e su quella venisse ingaggiata una battaglia fra lettori pro e contro. Naturalmente le mie puntualizzazioni, per quanto garbate e articolate, non convinsero nessuno dei detrattori, com'era inevitabile visto che si trattava di questioni di lana caprina. 

Dichiarai a Raffaelli: “C'è da notare che spesso i detrattori contestano quello che viene definito lo spiegazionismo, cioè la tendenza (che deriva da una precisa scelta di Sergio Bonelli, da lui persino rivendicata con orgoglio) a fornire spiegazioni tese a non lasciare punti oscuri in modo che il lettore non debba faticare per venire a capo dei perché e dei percome, mentre in altri casi gli stessi ipercritici contestano la mancanza di spiegazioni su particolari che, tutto sommato, su cui si potrebbe benissimo sorvolare. In fin dei conti, in un passaggio come quello incriminato il dato di fatto era che dei morti nel pozzo in un primo momento nessuno si era accorto: è davvero necessario spiegare perché? Ecco, ai tempi di Guido Nolitta certamente queste discussioni non si facevano, e altrettanto certamente se al vaglio del medesimo spirito ipercritico di certi forum fossero state passati i capolavoro dell'epoca d'oro zagoriana non ne sarebbero usciti indenni neppure quelli”. Dunque, se si spiega, scatta l’accusa di spiegazionismo, se non si spiega, scatta l’accusa di non aver fornito le necessarie spiegazioni. Insomma, ha ragione Jacopo Rauch.


Il parere di Sergio Bonelli

Ho scritto che la tendenza a fornire spiegazioni tese a non lasciare punti oscuri “deriva da una precisa scelta di Sergio Bonelli, da lui persino rivendicata con orgoglio”. Ora, i detrattori in preda al delirio  anti-spiegazionista sono ben identificabili in una sorta di ristretta, seppur rumorosa e schiamazzante, consorteria; tuttavia, se qualcuno dei soliti noti  volesse contestare questo dato di fatto, può andare a leggersi le dichiarazioni di Bonelli rilasciate a Franco Busatta, nel libro-intervista “Come Tex non c’è nessuno”. Secondo Busatta, lo stile narrativo di Nolitta può essere definito “didascalico”. Cioè, che intende accompagnare per mano il lettore all’interno della storia. Commenta Sergio: “E’ vero. Nel racconto bonelliano lo svolgimento della vicenda deve sempre essere molto chiaro e ben spiegato. Anche perché le nostre pubblicazioni sono pensate non tanto per l’intenditore, per il cultore del fumetto, ma soprattutto per il lettore, appassionato o occasionale, per il fruitore distratto, che magari vuole da un fumetto soltanto mezz’ora di spensierata, distensiva lettura”. In un’a intervista, Sergio confessa: “Le mie ultime esperienze di editore mi hanno insegnato che il fumetto come lo intendevo io ha fatto il suo tempo. Oggi c’è un modo di sceneggiare diverso, le storie sono più complicate e richiedono una complicità maggiore con il lettore”. Cioè, il lettore è chiamato a scervellarsi di più per seguire una storia. Nolitta stava bene attento che non succedesse: la storia doveva essere chiara al fruitore in modo tale che lui arrivasse alla fine con la sensazione di aver capito tutto, non avendo trovato nulla che non torni. Se ci sono lettori a cui questo non va bene, forse hanno sbagliato fumetto. Noi su Zagor cerchiamo di essere lineari e quindi spiegare il perché delle varie cose. 

Non so se mi spiego

Pensando che ci sarà sempre qualcuno che criticherà lo spiegazionismo, cerco di essere il meno spiegazionista possibile. Cioè mi pongo il problema. Però talvolta le spiegazioni vanno pur date (ci sono dei misteri da chiarire) ma soprattutto mi è stato sempre chiesto dalla casa editrice di fornirle. Quante volte mi è successo nella far leggere certe storie a Decio Canzio o a Mauro Marcheselli di sentirli chiedermi spiegazioni sul perché Zagor faceva una cosa e non un'altra! E quando io replicavo che dalle tavole si capiva, mi sentivo dire che bisognava spiegarlo a vantaggio di chi non avrebbe capito, perché questo era il nostro modo di fare, per cui magari dovevo aggiungere una frase (per poi sentirmi dire dai lettori che c'era troppo spiegazionismo).  

Quante volte Sergio mi ha fatto aggiungere balloon a delle vignette mute! Se facevo una vignetta muta, mi diceva che su Zagor si usa mettere il pensiero, perché fa parte dello stile della serie, come l’uso della gabbia o il minimo ricorso alle scontornate (una volta Bonelli mandò addirittura una circolare per vietarle). Nell’immagine che vedete qui sotto potete leggere una pagina della sceneggiatura della mia prima storia di Zagor, “Pericolo mortale” (1991) con le annotazioni a penna rossa dell’editor dell’epoca, Renato Quierolo, quello che per incarico di Sergio Bonelli e di Decio Canzio mi addestrò e mi face da maestro. 



Ebbene, in un dialogo, un trapper di nome Jeremy dice, davanti a un cadavere straziato: “Con ogni probabilità è quanto resta di Frank”. Al che Renato chiede: “Come fa a dirlo? Come lo riconosce? Brandelli di vestiti? Cartucciera o cosa?”. In altre parole mi viene chiesto di spiegare. In qualche modo il lettore doveva essere informato su come sia possibile per Jeremy riconoscere Frank. Magari aggiungendo una frase del tipo: “riconosco il suo vestito” o “riconosco la sua cartucciera”. Queste sono le indicazioni che venivano date sulla base di quanto richiedeva Sergio, che poi avrebbe letto a sua volta la storia aggiungendo altre richieste di chiarimenti.

Zitti e muti

Le vignette mute, senza frasi dette e senza pensieri, non sono state vietare, solo non ce ne devono essere troppe. Un'intera pagina di vignette mute ad esempio non sarebbe stata accettata da Bonelli. A parte il fatto che io, come è facilissimo constatare, ho sempre usato più vignette mute di Sergio, però l’usanza che abbiamo ereditato è che Zagor pensa. Che dia tanto fastidio questo fatto mi sembra strano. Se deve accendere il fuoco per i messaggi di fumo, pensa: “Ecco il punto adatto per  i messaggi di fumo”. Ai detrattori questo dà fastidio. Vorrebbero che facesse i segnali senza pensare nulla. Ma anche il fare delle tavole del tutto mute, alla maniera di Ken Parker, disturba un certo tipo di lettore, che non ne capisce il perché. Ricordo che Sergio Bonelli, quando scrissi la scena finale della storia della spedizione alpinistica sul “gigante di pietra” (Gli indiani delle praterie, Zenith 557-560),  lesse la scerna in cui  Zagor cade in un crepaccio insieme a un altro alpinista. L’amico muore e Zagor cade in ginocchio disperato e china la testa. Sergio ironicamente mi chiese perché non dicesse niente, se stava bisbigliando delle preghire per il defunto o che cosa. Io quella scena l'ho difesa e lasciata senza balloon. Insomma, su Zagor le storie si raccontano spiegando e facendo ricorso ai pensieri. Poi dà tanta noia? È una cosa così insopportabile? E perché quelli a cui dà noia devono dettare legge e pretendere di aver ragione loro?

Non restare chiuso qui, pensiero

Se io penso che devo andare al lavoro, penso "è ora di andare al lavoro". E se un fumetto dovesse descrivere i miei pensieri, in una nuvoletta che esce dalla mia testa andrebbe scritto: "è ora di andare al lavoro”. Dov’è lo scandalo? Nella vita reale capita a tutti di pensare: “meglio che faccia così” o “meglio che faccia cosà”, e di ripassare mentalmente il perché si  è deciso di farlo. Dunque, perché su Zagor non ci può essere un balloon di pensiero che esprime il momento della scelta del soggetto di fare una certa cosa?  E perché non accettare che questi pensieri servano a farci entrare nella psicologia di un personaggio, a dimostrarci che ragiona sulle cose, che fa delle scelte, che cerca di fare la cosa giusta, che agisce secondo un piano, che è propositivo? E’ davvero un mistero. Sono pronto a prendermi tutte le colpe per aver fatto pensare a Zagor "è un buon posto per fare i segnali di fumo" (una colpa senza dubbio gravissima), ma non mi si dica che su Zagor è prassi fin dai tempi di Nolitta fare lunghe sequenze mute e che io ho rotto improvvisamente la tradizione, perché è esattamente il contrario. La tradizione è quella dei pensieri e non sono per niente frequenti le scene mute. E' qualcosa che contraddistingue il modo di raccontare di Zagor. 

Una volta (in occasione della storia del ritorno di Robert Gray) sono stato criticato dal detrattore di turno per questa scena: un tale ha massacrato di botte Zagor e sta per ucciderlo, e c'è Cico con la pistola a portata di mano che non interviene. Ho fatto pensare al pancione la spiegazione del perché sia meglio non interviene. Secondo un tale, non doveva pensare nulla. Al che, qualcun altro si sarebbe chiesto: e perché non interviene? Il mancato intervento senza spiegazione sembra assurdo. Ma tant'è: gli spiegazionofobi preferiscono che qualcuno si comporti in modo assurdo piuttosto che un semplice pensiero giustifichi quel comportamento. Peraltro, non è che un pensiero rallenti l'azione: pensare è immediato, per cui non è che c'è da fermarsi per ascoltare un lungo discorso. Lunghi discorsi che sono sempre stati tipici dello Zagor di Nolitta. Non starò a ricordare tutto il bellissimo, ma retorico, discorso al principe Minamoto, ma quante volte abbiamo sentito lo Spirito con la Scure arringare agli indiani cercando di convincerli delle sue ragioni nel modo che è loro caro (e quindi anche retoricamente, o con certo modo di argomentare)? Per gli anti-spiegazionisti ecco che Zagor non deve parlare più perché se una una frase di più scatta l'accusa di spiegazionismo, e gli indiani devono adattarsi ai ritmi da videoclip. Se poi, come accade talvolta, il parlare serve a guadagnare tempo ed è indice di astuzia, niente da fare: per i detrattori più piccati, non bisogna farlo parlare. 

L’etichettatura

Potremmo addirittura fare un’analisi delle sceneggiature di Nolitta e scopriremmo come questi fosse assai più spiegazionista del sottoscritto  nei balloon e soprattutto nelle didascalie (che io ho quasi abolito senza che, a quanto pare, nessuno se ne sia accorto). Ma altrettanto sicuramente più spiegazionista di me è l’ottimo Jacopo Rauch, a cui, come editor, cancello la metà dei discorsi dei balloon perché non se la prendano anche con lui. Tuttavia l’etichetta di spiegazionista è stata data a me e temo che sia diventato a tal punto un luogo comune che non me la toglierò più di dosso, neanche se scrivessi d’ora in poi soltanto storie mute. Le etichette sono impossibili da togliere. Ci sono, peraltro, in letteratura, scrittori oltremodo spiegazionisti che godono di grande successo: per esempio, in ordine alfabetico, Isaac Asimov, Agatha Christie o Stephen King. E' il loro stile. Chi non apprezza il lento incedere analitico della prosa di King, semplicemente non lo legge - ma nessuno gli contesta il diritto di scrivere con gli pare. 



Personalmente apprezzo le storie in cui capitano dei fatti misteriosi su cui si deve indagare, e mi piace scoprire poi il perché e il percome, svelare i retroscena, accorgermi di come stavano veramente le cose. Mi piace lo svelamento in flashback di episodi del passato che sembravano inspiegabili. E dunque, come autore, cerco di scrivere le storie che poi mi piacerebbe leggere come lettore. Se spiegazionismo significa fornire spiegazioni sui misteri su cui si e indagato, mi sembra che sia peggio non fornirle, queste spiegazioni. Si dovrebbe contestare la mancanza di spiegazioni, non che vengano date. Forse quel che mi si obietta e l'eccesso di spiegazioni, ma anche in questo caso la cosa e opinabile. Chi stabilisce che cosa e in eccesso e che cosa no? Mi trovo a pensarci e ripensarci ogni volta che scrivo un dialogo. "E' necessario spiegare questo e quest'altro?" mi chiedo. Se lascio la spiegazione significa che mi rispondo di si. Sono convinto che se non spiegassi poi qualcuno mi accuserebbe di non aver spiegato. Quando mi sembra il caso di spiegare, cerco di farlo nel modo più accattivante possibile in modo da non stancare troppo, certo che qualunque cosa abbia fatto non riuscirò mai ad accontentare tutti.  Può darsi che lo che spiegazionismo corrisponda a una mia esigenza interiore di razionalità, di chiarezza, di ordine mentale che fa parte del mio carattere, che rifugge l'irrazionalità. Sento il bisogno di trovare risposte ai tanti perché della vita, e visto che non ho la minima idea di chi sono, da dove vengo e dove sono diretto, lasciatemi almeno spiegare nei miei fumetti chi sono, da dove vengono e dove sono diretti i miei personaggi.

Così è se vi pare

A un certo punto poi bisogna anche considerare che esiste quella che si chiama la “calligrafia dell'autore”. Un certo autore scrive in un certo modo, ha un suo modo di fare; così come Mignacco scrive alla Mignacco, e Boselli alla Boselli, Burattini scriverà alla Burattini. Se non ti piace, non leggerli. Non è che posso scrivere sotto dettatura. Siccome c'è  Tizio che non vuole che Zagor pensi, io dovrei sceneggiare come piace a lui. No, io scrivo come, secondo me, va scritto. Se a lui non piace, ha due soluzioni: o se lo fa piacere, nel senso che rispetto ai tanti pregi quel difetto si può anche tollerare; oppure, se è così insopportabile, non legge le storie di Burattini. 

Concludo facendo notare che io non scrivo e non ho scritto soltanto Zagor. Quando sceneggio Tex o Dampyr uso lo stile di sceneggiatura tipico di Tex e di Dampyr. Dunque rivendico il diritto, quando sceneggio Zagor, di usare lo stile di sceneggiatura tipico di Zagor. Di recente ho pubblicato una raccolta di racconti intitolata “Dall’altra parte”. Sono tutti racconti molto brevi perché non so scrivere racconti lunghi. Non ho mai pensato di scrivere un romanzo. Persino quello intitolato “Le mura di Jericho”, che potrebbe essere definito romanzo (è una storia di Zagor in prosa) non supera le cento pagine.  Sono essenziale, conciso, non mi perdo in descrizioni, racconto una storia senza fronzoli. E dunque? Dov’è lo spiegazionismo? E vogliamo parlare della mia produzione di aforismi? Due antologie, la seconda delle quali si intitola “Sarà bre”. Un titolo che è tutto un programma. Gli aforismi si basano sull’estrema sintesi nell’esprimere un concetto. Dunque si potrebbe dire che ho la battuta fulminante nel DNA. Però, per i detrattori, resterò sempre Moreno Burattini, lo spiegazionista.

giovedì 11 gennaio 2018

ERRORI DI STUMPA


Dopo una vita passata a cercare, correggere e lasciarmi sfuggire ogni sorta di possibile (e impossibile) errore di lettering negli albi di Zagor, mi sono convinto che la parola “refuso” si scriva in realtà “resufo”,  ma nessuno ci riesca. Una delle famose leggi di Murphy (colui che per primo teorizzò che “se qualcosa può andar male, lo farà”) è la “legge di Jones sull’editoria”, che recita: “gli errori si vedono solo quando il libro è stampato”. Dal canto suo, uno dei creatori di Nathan Never, Michele Medda, ha elaborato una "legge sul refuso nascosto" applicata al mondo dei fumetti: “ogni errore diventerà immediatamente evidente appena l’albo uscirà in edicola”. Tutto ciò per consolarmi e, se mai potessi, consolarvi per il numero di refusi che sfuggono a ogni controllo e giungono sull’albo di Zagor mandato in stampa. I lettori inevitabilmente se ne accorgono, e talora si lamentano. Ovviamente, hanno ragione. Me ne lamento anch'io. Ritengo che si debba intervenire sulla serie di concause che li provocano. 


Fermo restando che si trovano refusi anche fuori dagli albi dello Spirito con la Scure e che non ci sono pubblicazioni esenti (se ne trovano anche su riviste patinate e libri prestigiosi), il problema esiste e va affrontato. Passo la giornata in ufficio accanto a colleghi scoraggiati quanto me per la (piccola o grande) quantità di errori che nonostante l’impegno di più persone non riescono a venire fermati o, se anche si correggono, si riformano. Mi scuso a nome della squadra ogni volta che qualcuno me li fa notare. È una sorta di maledizione che demoralizza. Se i controlli mancassero non ci sarebbero correzioni durante la lavorazione; invece, le correzioni sono infinite. Il tempo che la redazione passa a dare la caccia alle magagne, prima, e a risolverle, poi, è spropositato. Tuttavia, i refusi sono aumentati, e proverò a ragionare sulle cause e sulle possibili soluzioni.

Comincerò intanto con il segnalare che cosa scriveva Sergio Bonelli nella rubrica “Postaaa!” sullo Zagor del luglio 2003. Ipse dixit: “Purtroppo, la lotta contro gli errori di questo tipo è la disperazione di tutti i correttori di bozze da quando esiste la stampa (e prima, anche gli amanuensi riempivano di svarioni i loro codici). Per evitare che vengano pubblicati, si leggono e si rileggono più volte le pagine durante le varie fasi della lavorazione, e ogni volta viene corretto qualcosa (e a volte le correzioni sono esse stesse causa di altri errori). Più letture si fanno, più errori si scoprono: ma per quanti controlli si eseguano, si può essere certi che qualcosa finirà fatalmente per sfuggire anche all’occhio più attento. Chi cura gli albi lavorando in redazione combatte una strenua battaglia quotidiana. Boselli e Burattini di recente mi hanno fatto sorridere ricordandomi una famosa striscia di 'Topolino giornalista', una classica storia di Floyd Gottfredson del 1935: Topolino e i suoi amici stampano la prima copia di un quotidiano da loro fondato, che naturalmente è piena di errori fin nei titoli”.

Dato che Sergio diceva tutto ciò quindici anni fa, non si può certo dire che il problema sia soltanto degli ultimi tempi (né che riguardi soltanto la mia gestione, come qualche detrattore più infervorato cerca di sostenere).  In una delle più antiche versioni a stampa  della Bibbia, pubblicata nel 1631 in Inghilterra, c’è un unico errore in tutto il libro: la mancanza di un “not” all’inizio di uno dei Dieci Comandamenti, che diventa “Thou shalt commit adultery”. In pratica: “Devi commettere adulterio”. La filologia, la scienza che consiste nel confrontare fra loro i manoscritti di una stessa opera alla ricerca della versione del testo originariamente redatta dall’autore, trova la sua ragion d’essere appunto nel fatto che tutti i manoscritti sono diversi per gli sbagli commessi dai copisti. Degli ottocento codici della “Divina Commedia” giunti fino a noi, non ce n’è uno uguale all’altro. Per approfondimenti potreste leggervi il mio Dampyr “La porta dell’inferno”, ci ho fatto una storia sopra. Ciò ci permette di tornare subito in ambito bonelliano e annotare come i refusi non affligono (ahinoi) soltanto Zagor (sarebbe bello se fosse così), ma tutte le collane, dove e quando più, dove e quando meno. 

Non si tratta di superficialità perché ogni albo passa sotto l'esame di almeno quattro o cinque persone diverse, che si accaniscono sui balloon in ripetuti passaggi, però vuoi per i tempi stretti di lavorazione imposti dalla serialità, vuoi per la digitalizzazione del lettering, vuoi per il gran numero di incarichi tutti urgenti da sbrigare, vuoi per la serie di passaggi, vuoi per la contingenza degli eventi, alcuni refusi sfuggono comunque. Anche uno sarebbe troppo, ma tant'è.

Quando dico che ci sono non soltanto più letture, ma fatte da più persone, descrivo la realtà: c’è una lettura del letterista che rilegge i propri balloon, quella del curatore che passa la sua copia a un collega incaricato di aggiungere i suoi occhi ai precedenti, un ulteriore riscontro a interventi fatti (con un riscontro dei riscontri), e quindi la correzione delle bozze prima della stampa fatta da due persone ancora diverse. Se passa in redazione lo sceneggiatore, il più delle volte rilegge anche lui e segnala le sviste che riscontra. I grafici correttori dei disegni concorrono a trovare uno svarione qua e uno là quando le vignette su cui intervengono finiscono sotto i loro pennelli. Insomma, un lavorone. Non fatto da una persona sola. Perciò, dando pure per scontato che il sottoscritto sia un emerito imbecille che non cava un ragno dal buco, lo stesso non si può dire di tutti gli altri, evidentemente, a meno che non siamo tutti degli incapaci. 

Peraltro, riguardo l'inabilità nel trovare refusi, io ho una mia teoria: trovo limitante fino all’offensività circoscrivere i pregi di una persona al fatto che non gli sfuggano degli errori. Ci sono professionisti della caccia al refuso bravissimi a fare quello, ma ci sono altri talenti di tipo diverso (per esempio gestire il gioco di squadra, scrivere redazionali, fare ricerche d’archivio, ideare e organizzare iniziative, trovare soluzioni a buchi narrativi, affrontare emergenze anche fuori orario, e via dicendo). Perciò, in generale, bisognerebbe distribuire il lavoro in modo che a ognuno sia dato modo di esprimere le proprie capacità in un settore specifico.

Come ogni anno in questo periodo, Saverio Ceri ha pubblicato su Dime Web la sua rubrica in cui dà i numeri. Quella cioè in cui riporta statistiche e classifiche sulla produzione bonelliana durante l’anno solare appena concluso. I dati evidenziano il risultato record per la produzione zagoriana 2017 che, grazie anche alla miniserie di Cico, ha sfornato ben 2764 pagine a fumetti.  E’ evidente che se la quantità di pagine da controllare aumenta e il tempo fisico per farlo è sempre lo stesso, così come sempre le stesse sono le persone impiegate, il rischio che sfuggano dei refusi aumenta. 

Ma a peggiorare le cose è giunta la digitalizzazione del lavoro. Fino a qualche anno fa, in tipografia mandavamo le tavole originali, cioè fogli di cartoncino sui quali testi e disegni erano stati corretti e giudicati a posto. Venivano stampati quelli. Oggi, in tipografia, arrivano dei file passati precedentemente più volte via server tra i vari uffici. Ogni file ha subito una modifica in un ufficio e una in un altro, e ha, per giunta, vari livelli, come ben sanno quelli che masticano grafica computerizzata. Come essere sicuri che nella cartella con i 110 file che compongono, per esempio, un albo di Tex, siano finiti tutti i file giusti, quelli corretti in modo definitivo, e non ce ne siano, per sbaglio, alcuni di passaggi intermedi? Come impedire che, salvando in memoria una correzione fatta, quella versione finisca non nella cartella finale ma in quella precedente? Maneggiando migliaia e migliaia di pagine ogni mese, come si può ben immaginare, tutto può succedere. E non è detto che sia colpa del curatore di testata: avviene, per colpa della sorte cinica e bara, nonostante il suo impegno – e anche quello degli altri. Un sacco di volte, vedendo un errore finito in edicola, dico fra me: eppure questo l’avevamo corretto. L’obbligo infine di rispettare le consegne alla stampa di tanti albi, tutti i giorni, in un ciclo di lavoro che non si interrompe mai, peggiora le cose.

Ovviamente i lettori non sono tenuti a fare tutte queste considerazioni: vedono il refuso e considerano incapace il curatore di testata o trasandata la redazione nel complesso. Il nuovo corso bonelliano però sta aggiustando pian piano tanti meccanismi e ogni errore scoperto porta a prendere contromisure. Piano piano, ne sono sicuro, le cose miglioreranno. Quel che è certo, è che chi lavora in Via Buonarroti ce la mette tutta, tutti i giorni.



lunedì 8 gennaio 2018

LUNA PIENA



Tra le storie Bonelli del 2017 preferite dai recensori di uBC c'è "Brezza di Luna".
L'articolo completo lo trovate qui.

Grazie a Cristian Di Clemente e naturalmente a Lola Airaghi, con la quale abbiamo in programma di dare un seguito alla storia.


Le 36 tavole di Brezza di Luna sono un piccolo grande capolavoro che da solo meriterebbe l’acquisto dello sperimentale albo Maxi di settembre, "I Racconti di Darkwood", che ha ospitato racconti brevi raccordati da una storia di stampo classico.
Sperimentazione è una parola che fa spesso a pugni con il pubblico zagoriano, dato che quest’ultimo è molto difficile da accontentare: una parte notevole di lettori (almeno a leggere i social) ritiene infatti che Zagor sia implicitamente terminato nel 1980 con Nolitta o non tollera un’interpretazione grafica che non ricalchi quella di Ferri (la cui longevità artistica, un “unicum” nel fumetto italiano, ha finito così per diventare, per certi aspetti, un “boomerang”).
In tale contesto, “Brezza di Luna” è una storia notevole, perché ha avuto il coraggio di sperimentare sia per gli aspetti grafici di “superficie”, sia per i contenuti, trattando un tema scabroso (un tempo tabù su Zagor) e adulto con crudezza ma anche con una delicatezza che incanta: è un racconto cupo illuminato da una luce di speranza universale, in cui l’odio e volontà di vendetta si trasformano in catarsi.
Complimenti, pertanto, a Moreno Burattini per il soggetto e a Lola Airaghi per la superba prova grafica ai disegni, con contrasti bianco/nero da incorniciare, di grande suggestione e intensità espressiva.


Cristian Di Clemente




sabato 6 gennaio 2018

MISTERO





Il mistero delle stigmate fatte venire ai buoni invece che ai cattivi.

Il mistero di quelli che preferiscono gli youtubers a Stanlio e Ollio.

Il mistero dei camerieri che non guardano mai dalla nostra parte quando ci sbracciamo a chiamarli.

Il mistero di quelli che ti portano rancore mortale per anni e anni senza che tu lo sappia o immagini perché.

Il mistero di quelli che invitano trecento persone al loro matrimonio.

Il mistero dei film costati miliardi e con un cast stellare, brutti.

Il mistero di chi balla la techno invece di Gloria Gaynor.

Il mistero dei fumetti che arrivi in fondo e non ci hai capito niente.

Il mistero di quelli bruschi e sgarbati con i propri cari.

Il mistero di quelli sempre incazzati.

Il mistero degli attori e dei cantanti molto bravi che a un certo punto spariscono nel nulla.

Il mistero di chi getta le cicche in terra che tanto qualcuno le raccatterà.

Il mistero di quelli che non ridono guardando Fantozzi.

Il mistero di quelli che criticano i gusti musicali altrui.

Il mistero degli Ultras delle squadre di serie D.

Il mistero di quelli con l'ombelico in fuori.

Il mistero di quelli che bevono gli aperitivi in piedi sul marciapiede fuori dal bar.

Il mistero di chi non la lecca.

Il mistero di quelli con il dente d'oro.

Il mistero dei tavolini dei ristoranti che ballano.

Il mistero delle case senza libri.

Il mistero del perché la carta da pareti si chiami carta da parati.

Il mistero delle donne che non la danno.

l mistero di quelli che nonostante le foto raccapriccianti e le scritte minatorie sui pacchetti di sigarette continuano a fumare.

Il mistero di quelli che non leggono i fumetti.

Il mistero della penuria di prese elettriche nelle stanze d'albergo.

Il mistero di quelli che hanno voglia di litigare.

Il mistero di quelli che non tirano lo sciacquone.

Il mistero di quelli che nei bagni pubblici non chiudono la porta anche se funziona e li trovi dentro quando cerchi di entrare tu.

Il mistero di quelli che prendono la tessera di un partito.

Il mistero della foto del personaggio famoso nel cruciverba della prima pagina della Settimana Enigmistica.

Il mistero degli orologi pubblici guasti.

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Tutti i misteri di questo post sono stati pubblicati durante il mese di dicembre 2017 sul mio profilo Twitter @morenozagor.